Il ritmo bifasico e la “leggenda” del corretto sonno lungo 8 ore.

Da tempo gli studiosi dibattono sulla correttezza del sonno “monofasico” lungo 8 ore di seguito. Una vasta corrente di ricercatori consiglierebbe, invece, un sonno cosiddetto “bifasico”, come si usava in antichità…

“Monofasico”, “bifasico” o addirittura “polifasico”. La comunità scientifica che segue le attività correlate al sonno da tempo si dividono quando parlano di questi argomenti. Ma esattamente cosa significano questi neologismi che descrivono il sonno?
Nel 2001 lo storico Roger Ekirch, docente alla Virginia University, pubblicò un documento atto a ridiscutere un assunto, ormai dato per assodato, che vede come corretto un sonno continuativo lungo 7-8 ore in età adulta, con differenze di quantità a seconda delle età sopratutto durante la fase della crescita.
Portando una considerevole quantità di prove e testimonianze, infatti, evidenziava come solo dal XIX secolo si fosse assunta l’abitudine di dormire un sonno lungo 8 ore, mentre invece in precedenza si divideva il sonno in due fasi, coi tempi che variavano a seconda delle ore di buio comprese nella giornata.
Mediamente, comunque, il sonno si divideva in una prima fase di 4 ore, seguite da due-tre ore di veglia nella quale si svolgevano varie funzioni per poi riprendere a dormire per altre quattro ore. Le ore di intermezzo, che naturalmente risultavano abbastanza calme e rilassanti, venivano dedicate alla meditazione e alla preghiera o comunque ad attività che potessero rilassare la mente e il corpo senza lo stress di doversi riaddormentare per forza. In epoche ancora più lontane spesso queste ore erano un’esigenza forzata, in quanto dedicate a tenere acceso il fuoco e vegliare su eventuali pericoli.
A prova di ciò, come successivamente scritto in un libro pubblicato dallo stresso Ekirch nel 2005 e intitolato “At Day’s Close: A History of Nighttime”, contenente oltre 500 testimonianze storiche che citano come normale un sonno sconnesso, ci sono evidenze che vanno dall’Odissea di Omero a vari diari e libri di medicina risalenti a diverse epoche fino, addirittura, alle abitudini delle tribù indigene africane.
Il cambiamento delle abitudini da bifasico a monofasico si è avuto come naturale conseguenza dell’utilizzo, a iniziare dalle grandi città fino ad arrivare ad essere ovunque una pratica comune, delle luci notturne volte a illuminare le strade che hanno permesso, perciò, di “allungare” la giornata, ignorando il naturale ritmo circadiano, e destinando le ore di veglia in più a divertimenti e mondanità che prima, invece, non potevano avere sfogo dovendo le ore di luce essere dedicate completamente alle attività lavorative. Un ulteriore stimolo a questo cambiamento lo si è avuto con l’arrivo della rivoluzione industriale e con la maggiore consapevolezza, da parte degli esseri umani, di dover soggiacere a determinati ritmi orari non più legati alla luce del sole e ad una conseguente ottimizzazione dei tempi.
A sostegno di tutto vengono poi varie ricerche specialistiche, tra cui le più famose sono quelle del dott. Thomas Wehr, professore emerito del National Institute of Mental Health, un’agenzia governativa degli Stati Uniti. In esse, datate 1990, lo psichiatra condusse uno studio sulla fotoperiodicità, ovvero l’esposizione alla luce del sole, e sui suoi effetti sul ritmo del sonno. Nel corso di questo esperimento 14 persone furono indotte a simulare, per un mese, una condizione nella quale le ore di buio totale quotidiane fossero 14, come poteva succedere in tempi nei quali le fonti di luce non erano facilmente creabili e durature e nei giorni invernali le ore di oscurità superavano quelle illuminate.
In un primo momento le persone coinvolte dormirono per moltissimo tempo, probabilmente per recuperare pregressi debiti di sonno. Poi, naturalmente e senza condizionamenti, assunsero un ritmo di sonno bifasico fino ad arrivare, nell’ultima settimana di esperimento, a quello descritto in tempi successivi dal prof. Ekirch nei suoi libri.
In conclusione, comunque, chi consiglia il sonno segmentato lo fa in quanto più naturale per l’essere umano, che tende a mantenere la fase REM per non più di 2-3 ore di seguito forzando il sonno in seguito.
“L’insonnia che avviene nel bel mezzo della notte, cioè quella che oggigiorno è la forma più comune d’insonnia, ha cominciato ad esser vista come un problema di natura medica solo fra la fine del diciannovesimo e gli inizi del ventesimo secolo”, sostiene Ekirch. “Prima di allora il fatto di svegliarsi nel bel mezzo della notte veniva considerato come un qualcosa di assolutamente naturale”.